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IOSANSEBASTIANO

 

GUGLIELMO MAGGINI / solo show

LITOGRAFIA BULLA / libro d’artista

a cura di pianobi

 

testi di Claudio Zambianchi e Emanuele Carlenzi

 

Opening 8 dicembre 2021 16h – 21h

 

dal 9 dicembre 2021 al 6 febbraio 2022

(ingresso contingentato e su appuntamento)

Nato da un’idea dell’artista Guglielmo Maggini, IOSANSEBASTIANO è la prima mostra personale dell’artista romano unitamente alla presentazione del suo libro dall’omonimo titolo edito dalla Litografia Bulla e facente parte della collana di opere grafiche nata dalla collaborazione con Alessandro Cucchi. IOSANSEBASTIANO è l’intima riflessione di Maggini che si poggia sull’ambiguità sonora e quindi esistenziale scaturita dall’assonanza data dalla sua rapida pronuncia suggerita dalla scrittura senza spazi. È un viaggio sinestetico che racchiude in sé la chiarezza e l’incertezza di un atavico repertorio d’immagini impresse nella memoria dell’artista e riportate su materiali diversi. Attraverso installazioni video/sculture e stampe realizzate con varie tecniche litografiche di cui la Litografia Bulla è maestra d’arte da oltre due secoli, il libro e la mostra vanno a formare un corpus unico che viaggia in un tempo sospeso fra trasparenze graffianti, odori e schermi luminescenti sui quali le immagini si manifestano supportate da un linguaggio prosastico, rivelandone e svelandone la visione dell’artista.

 

 

Guglielmo Maggini (Roma, 1992) Il lavoro di Guglielmo Maggini ha luogo al confine tra oggetto e opera d’arte. Le sue forme con-fondono con ironia materiali diversi in una proliferazione organica di elementi e gesti.
Una ricerca che parte dalla sperimentazione tra materiali nella contradizione tra naturale/innaturale per arrivare ad una dimensione intima del rapporto tra sensualità e tattilità.
In un luogo immaginario e personale dove lo spazio è inteso come volume plastico, l’artista mira a investigare la percezione emotiva del tempo in un rimando costantemente liquido tra patrimonio classico, mondo naturale e riferimenti alla cultura pop.
Attualmente vive a Roma; tra le ultime iniziative a cui ha preso parte: La Comunità Inoperosa – Contemporanea 2021 (Palazzo Ducale, Tagliacozzo, 2021). TROPICALDA – Una Vetrina (Operativa arte contemporanea, Roma, 2021). Qualquadra non cosa – bipersonale con Delfina Scarpa (Litografia Bulla, Roma, 2020). Transorganico (Sinopia Art Gallery, Roma, 2018). Show! (Bevere Gallery, Worcester, 2017). OPEN (Peckham Platform Gallery, Londra, 2017). L’arte di ricostruire (Galleria Muciaccia, Roma, 2016).

@g_making

 

 

Litografia Bulla è il più antico laboratorio litografico ancora in attività. Fondato nel 1818 a Parigi, presso il numero 18 di Rue Saint Jaques, grazie alla lungimiranza di Francesco Bulla, naturalizzato poi Francois. Il laboratorio ha poi trovato la sua sede definitiva nel 1840 a Roma, diventando presto un importante punto di riferimento per la comunità artistica della città. Situato in via del Vantaggio 2 l’attività è oggi portata avanti da Romolo, Rosalba, sesta generazione e da Beatrice e Flaminia Bulla, settima generazione, le quali continuano a mantenere viva la tecnica sperimentando con artisti contemporanei, portando anche avanti quell’interesse per l’editoria d’arte che già contraddistingueva la scorsa generazione. www.litografiabulla.com @litografiabulla

 

 

Claudio Zambianchi (Roma, 1958) storico dell’arte e docente, ha studiato alla Sapienza di Roma e alla Southern Methodist University di Dallas e dal 1998 insegna storia dell’arte contemporanea nella sua università di origine. Ha studiato aspetti dell’arte inglese, statunitense francese e italiana dell’800 e del 900 e ha scritto per libri, cataloghi, riviste, quotidiani e periodici. Ha collaborato con importanti istituzioni in Italia e all’Estero e insegnato nelle Accademie di Belle Arti di Torino e Milano.

 

 

Emanuele Carlenzi (Roma, 1992) storico dell’arte, curatore e critico, si forma presso l’Università di Roma La Sapienza, specializzandosi in storia della critica d’arte nel 2017. Nel 2019 ottiene un dottorato di ricerca presso IMT - Scuola Alti Studi Lucca. A Torino è stato co-fondatore del project space CampoBase e ha corperto ruoli curatoriali e manageriali per la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e la Galleria Franco Noero. A Roma ha collaborato con la Galleria Nazionale, con la Fondazione Baruchello, con il Palazzo del Quirinale e con Palazzo Farnese - Ambasciata di Francia, a Venezia per la Fondazione V-A-C. La sua ricerca abbraccia il campo dei visual studies e il dibattito critico.

 

pianobi è un luogo d’arte in una forma sperimentale, collaborativa e trasversale, fondato da Isabella Vitale, storica dell’arte e curatrice indipendente. Situato nel cuore del quartiere Quadraro Vecchio, suddiviso in due spazi indipendenti l’uno dall’altro, ma comunicanti tra loro, pianobi si pone come strumento dedito alla diffusione artistica, dove bi sta per duplice spazio: sia studio-luogo di ricerca, sia atelier-spazio espositivo. Il progetto mira a un rapporto concreto con le forme di espressione artistica contemporanea, avvicinando artisti di ogni dove e interessando un pubblico diversificato. www.pianobi.info @pianobi_artecontemporanea

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testo di Claudio Zambianchi

 

La storia della stamperia Bulla comincia nei primi decenni dell’Ottocento, quando la famiglia si mosse dal nativo Canton Ticino, prima a Parigi, nel 1818, poi a Roma, verso il 1835, per impiantarvi stamperie litografiche. Poco dopo la sua invenzione nel 1796 da parte di Alois Senenfelder, la litografia si rivela un mezzo grafico plastico e versatile, adatto a esigenze diverse: la usano i grandi artisti romantici, come Francisco Goya o Eugène Delacroix, per creare opere originali, e la impiegano i grafici che traducono le vignette e le caricature disegnate da altri artisti affinché siano stampate in migliaia di copie sui giornali illustrati, allora in vorticoso sviluppo. Con il procedere dell’Ottocento le immagini litografiche, facilmente riproducibili in grandi numeri, diventano un ingrediente importante del paesaggio urbano moderno, specie da quando con questa tecnica si iniziano a stampare le affiche.

La litografia non si trovava soltanto sui muri delle città moderne, ma anche sui tavoli dei ristoranti, nelle casseforti delle banche, tra le mani dei turisti, perché con essa si producevano biglietti da visita, menu figurati, mappe di città, azioni di borsa popolate da creature allegoriche tratte dall’arte del passato e ora impiegate per glorificare i benefici dell’impresa e della finanza. Così, fra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, accanto alle immagini d’arte i Bulla a Roma stampavano manifesti, menu, titoli di borsa, carte da visita.

Nel 1941, tuttavia, quando Roberto Bulla torna dal servizio militare e deve far ripartire quasi da zero le attività della bottega di famiglia, decide di circoscriverne le attività alla produzione di stampe d’arte. Da allora a oggi la Litografia Bulla ha accompagnato un settantennio di arte romana. Roberto e successivamente Romolo, nato nel 1947, e la sorella Rosalba, di alcuni anni più giovane, che hanno via via affiancato e poi sostituito il padre nei locali di via del Vantaggio, hanno fatto della stamperia un punto d’attrazione per varie generazioni di artisti, perché la perizia dei Bulla si è applicata in modo equanime alle stampe di artisti famosi, gravitanti allora attorno a Piazza del Popolo, e a quelle dei giovani appena usciti dalla vicina Accademia.

A partire dagli anni Settanta, inoltre, la presenza in stamperia di Jannis Kounellis ne indirizza le attività su una strada sperimentale che fa della bottega un luogo di riferimento per le ricerche grafiche di generazioni di giovani creatori.

La serie di artisti succedutisi nel tempo a lavorare in via del Vantaggio si compone in un quadro coerente e rispecchia le vicende maggiori dell’arte a Roma dagli anni Quaranta al presente. Subito dopo la guerra hanno stampato dai Bulla espressionisti romani come Giovanni Stradone o Leoncillo Leonardi; gli astrattisti di Forma 1 (Carla Accardi, Giulio Turcato, Achille Perilli); gli informali del gruppo Origine, come Giuseppe Capogrossi o Ettore Colla; Afro e Toti Scialoja, i cui fogli testimoniano il momento in cui la ricerca artistica romana entra in contatto con l’Espressionismo Astratto americano. Le litografie di Eugène Berman, Alberto Savinio e Giorgio de Chirico documentano invece la persistenza a Roma di ricerche legate all’arte fantastica, con ricordi ancora vivi delle esperienze della metafisica e del surrealismo. I Bulla hanno anche stampato gli artisti de «L’Esperienza moderna», quelli della Scuola di Piazza del Popolo, il gruppo del Pastificio Cerere: Domenico Bianchi, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Bruno Ceccobelli, Marco Tirelli, Nunzio, Piero Pizzi Cannella, Paolo Canevari; le poesie visive di Mirella Bentivoglio, le stampe su carta Giappone di Bice Lazzari, la figurazione di Piero Guccione e Franco Sarnari, le immagini di Enzo Cucchi e Mimmo Paladino... Insomma, negli ultimi settantanni le attività della Litografia Bulla si sono intrecciate con la storia dell’arte romana, con una vocazione che, con l’andare del tempo, grazie a Romolo e Rosalba, si è fatta sempre più sperimentale. Su questa strada si sono recentemente incamminate Flaminia e Beatrice, figlie di Romolo, che da qualche tempo affiancano il padre e la zia nel lavoro di bottega e nella scelta, sempre più autonoma, di artisti e artiste con cui collaborare. Il libro Iosansebastiano di Guglielmo Maggini, presentato in questa mostra a pianobi, con la copertina di resina trasparente, la singolare legatura di corda e le immagini, eseguite ciascuna in una tecnica grafica diversa, conferma il gusto per l’avventura e per l’esplorazione di territori nuovi da parte dei Bulla, presente fin da quando gli antenati di Flaminia e Beatrice si appassionarono all’appena nata litografia e decisero di farne il loro mestiere.

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L’epidermide delle cose

 

testo di Emanuele Carlenzi

 

La prima riflessione che viene a mente osservando la pratica di Guglielmo Maggini (Roma, 1992) è indubbiamente collegata alla cultura pop e agli anni Novanta, periodo a cui lo stesso artista si dichiara affezionato e che senza dubbio costituisce un grosso bacino di ispirazioni, soprattutto provenienti da riferimenti mediatici e cinematografici. Essa infatti si presenta, dietro l’aspetto apparentemente ludico e giocoso, come ricca di contrapposizioni stridenti: materiali duri che sembrano morbidi, forme dolci che tradiscono consistenze spigolose, elementi che sembrano rievocare il mondo naturale pur impedendone la loro riconoscibilità; plastiche, resine e gomme che si comportano come nuove masse organiche, colori che fanno riferimento al mondo dell’industria e della chimica. Sebbene la connessione ad un universo fortemente legato al consumo di massa e all’uso di sostanze frequentemente demonizzate sia piuttosto evidente, le creazioni di Maggini concorrono a realizzare – attraverso un’attività principalmente scultorea – un nuovo ecosistema, una natura alternativa in cui corpi inediti fanno la loro apparizione per la prima volta.

Al di là di un’interpretazione che potrebbe più facilmente spiegare la poetica dell’autore ponendola in relazione con una società consumistica che fa uso di prodotti tossici e dal difficile smaltimento tramutandoli in oggetti piacevoli, altri punti debbono essere presi in considerazione. Primo tra questi è senza dubbio la visceralità che i suoi lavori suggeriscono e che, forse, rappresenta una cifra ricorrente in tutta la sua produzione. Il senso carnale, infatti, e, conseguentemente, la profonda tattilità di cui le opere sono caratterizzate, permettono alla materia inerte di divenire qualcosa di vivo e in continua evoluzione. La levigatezza, la lucidità, l’iridescenza delle superfici, tramuta composti chimici in >, così definite dallo stesso artista. Sembra questo un accostamento di parole più che pertinente se consideriamo che molte delle opere di Maggini richiamano da un lato un mondo botanico che sembra essere popolato da un sistema di Angiosperme e specie di piante con infinita varietà morfologica, dall’altro un mondo di organi primordiali, cefalopodi, interni al copro umano.

È proprio questo aspetto – ovvero la necessità di generare, a partire da legami sintetici, nuove e diverse tipologie di vita – che lega la ricerca di Maggini alla dimensione sensoriale ed erotica, conferendo ai manufatti una propria e intima epidermide e parallelamente apre le suggestioni all’immaginazione degli eventi naturalistici più disparati. Nonostante la connessione alla sfera dell’edilizia (ambiente caro all’artista che possiede, non a caso, una formazione da architetto), il processo di lavorazione e catalizzazione a cui le resine e le gomme vengono sottoposte rende queste ultime mutevoli, desiderabili, spesso vicine a forme realistiche, il cui esito è ogni volta sorprendente, mai del tutto prevedibile.

In altre parole, il rapporto che egli intrattiene con le opere, ha in nuce la volontà di tramutarle in esseri vivi e indipendenti, riattualizzando di volta in volta il contrasto tra umano e disumano, naturale e innaturale, organico e artificiale, edibile e tossico, sensuale e repellente. L’apparente spontaneità della loro nascita, tuttavia, viene disciplinata da un sapiente controllo applicato da parte del soggetto che, pur accogliendo un quoziente di causalità – permettendo ai vari composti di reagire secondo varie tempistiche – agisce con precisione sulle fasi di trasformazione degli elementi, guidandone, per quanto possibile, il comportamento. In questo, Maggini assume quasi la foggia di un alchimista, dedito alla trasmutazione dei corpi con i quali intrattiene dunque una relazione temporale sempre sospesa e precaria, mettendo in luce, contemporaneamente, l’impossibilità da parte dell’essere umano di poter esistere senza prendere in considerazione la sua fragilità e piccolezza di fronte ad un contesto macroscopico.

In occasione della sua prima mostra personale iosansebastiano presso pianobi, l’artista impiega la resina come principale risorsa artistica. In questo contesto essa prende la forma di sculture sottili, talvolta frammentate, simili a brandelli di pelle, talaltra, invece, costituendo superfici più regolari. Ognuna acquisisce un valore ben definito nella narrazione dell’esposizione e gioca un ruolo preciso all’interno del percorso. Il grande pannello, Presente/Assente (2021), ad esempio, con le sue rugosità e trasparenze, costituisce lo schermo ideale per accogliere i pensieri di Maggini, qui tradotti nel video proiettato L’immagine che abito (2019) che conduce lo spettatore attraverso un viaggio extra sensoriale grazie al contributo di suoni parole, luci, riflessi e profumi. Gli ulteriori pannelli – Ombra di luce (2021) e Lastra di luce #1 (2021) – vengono attraversati da una scia di colore fluorescente che brilla in assenza di illuminazione e che, reagendo con le increspature della materia, crea immagini evocative molto simili a carte celesti o atlanti geografici immaginari. Tali costruzioni, che alludono all’infinitezza dell’universo, evidenziano la limitatezza dello spettatore, la cui corporatura fornisce quasi un’unità di misura infinitesimale davanti alle opere.

Si tratta dunque di superfici tattili, proprio come il libro IOSANSEBASTIANO (2019), realizzato assieme alla Litografia Bulla, parte centrale della mostra, la cui copertina, sempre in resina trasparente, cela e a tratti lascia intravedere le figure abbozzate di molteplici San Sebastiano. Queste vengono realizzate attraverso diverse tecniche di stampa che rappresentano la sagoma del santo progressivamente in dissolvenza, sempre meno riconoscibile e definita, passando da seriale a monotipo, da riproducibile ad unicum. Ciò mette in luce ancora una volta la volontà non tanto di presentare qualcosa che esiste all’esterno, quanto più di scavare in una dimensione interna, non visibile, intestina. La volontà, appunto, di guardare all’epidermide delle cose quasi attraverso la lente di un microscopio. La figura di San Sebastiano assume in questo senso un valore allegorico che riporta l’attenzione sulle tematiche della carne sofferente, della penetrazione degli organi, dell’erotismo. La messa a nudo del martire fa da eco alle riflessioni interiori della voce dell’artista che riempie lo spazio attraverso una versione sublimata del sé.

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1> è una citazione che prende le mosse da Willem De Kooning e che il pittore pronunciò sul finire degli anni Quaranta del Novecento, dichiarando: “Flesh is the reason oil paint was invented” e riconducendo la ragione più intima della pratica pittorica – dunque artistica – non solo alla rappresentazione della pelle umana ma ad un rapporto quasi intestino con essa, mettendo in evidenza come la violenta disarticolazione dei soggetti celasse quasi un poderoso corpo a corpo con la tela, erotico e conflittuale, in continuo mutamento.

credit photo:

Eleonora Cerri Pecorella

Giorgio Benni

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